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Domenica, 05.09.2010
La libertà…non è star sopra un albero… PDF Stampa E-mail

“Io combatto la tua idea, che è diversa dalla mia, ma sono pronto a battermi fino al prezzo della mia vita perché tu, la tua idea, possa esprimerla liberamente.”
Questa frase di Voltaire è per molti versi alla base della democrazia, così come la conosciamo in Occidente. Ora, siamo costretti a rispolverarla in relazione ad un provvedimento legislativo, attualmente in discussione in Parlamento, che vorrebbe limitare l'uso delle intercettazioni telefoniche per le indagini di giustizia e la loro diffusione tramite stampa.

 Mi si dice che le procure sono un colabrodo e che anche l'ultimo degli uscieri, chissà poi perché sempre loro, può entrare in contatto con i file audio archiviati e diffonderli a proprio piacimento.

Questo, effettivamente, mi sembra l'argomento peggiore: non si riesce a far rispettare la legge, non si riesce ad colpire i veri colpevoli e quindi si va a colpire chi fa solo il proprio dovere, diffondere le notizie, perché è questo il dovere dei giornalisti e dei mass media, non un altro.

La democrazia, l'organizzazione di una società passano anche attraverso la divisione dei ruoli, delle competenze, delle responsabilità, mescolare tutto questo conduce a disastri inenarrabili.

Le procure facciano il loro mestiere, i giornalisti il loro.

Questo aspetto, della confusione dei ruoli, non sembra emergere con sufficiente chiarezza nel dibattito attuale, preferendo invece disquisire esclusivamente del merito giudiziario della questione. Al contrario se si definisse meglio chi deve fare che cosa, forse emergerebbe con più chiarezza il merito giudiziario specifico. Infatti, se le intercettazioni uscissero dalle procure soltanto in relazione a specifici reati, molti problemi sarebbero risolti, perché voglio sperare che nessuno si metta a difendere i delinquenti, né ad intralciare la giustizia.

Ma poiché non sembra ci sia il desiderio di chiarire questo aspetto, ci vediamo costretti a difendere la libertà di stampa, manco fossimo all'epoca dell'inquisizione. La situazione è grave: si comincia a censurare, perché è di questo che si tratta, su argomenti apparentemente condivisibili, anche perché mal posti, per poi allargarsi a tutte le questioni che interessano chi è al potere in quel momento.

Siamo di fronte ad una battaglia di civiltà, tipicamente liberale ed occidentale, perché non cominci a scomparire piano piano quello che i padri della democrazia hanno conquistato con tanta difficoltà.

In realtà, questo problema non sembra interessare molto la gente, che appare stanca degli allarmi, i titoli gridati, le catastrofi annunciate che ogni giorno i mass media ci propinano.

A furia di gridare al lupo al lupo, quando arriva veramente non lo vediamo. Ma invece è arrivato, è lì pronto ad azzannare la democrazia, è tra di noi in Parlamento.

Qui non vogliamo entrare in discussione sull'uso giudiziario delle intercettazioni, vogliamo soltanto parlare della diffusione tramite i mass media, perché è questo che limita fortemente il diritto alla libertà di parola. Evidentemente, le intercettazioni sono dati privati da sottoporre ad una regolamentazione legata alla legge sulla privacy, si tratta addirittura di dati particolarmente tutelati da quella legge. Ma la tutela di essi dovrebbe essere in capo al responsabile della privacy in quel ufficio e non al giornalista che riceve la notizia a posteriori. Siamo quindi in presenza di un problema di cattiva custodia dei dati, ma la punizione principale la riceve colui che viene a conoscenza delle notizie mal custodite. Il giornalista è quindi il “tossico dipendente” dei dati, ma lo spacciatore è l'ufficio giudiziario o il corpo di polizia che dovrebbe custodire le intercettazioni.

  

Il Direttore

Maurizio Cocchi

 


 

 
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