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Domenica, 05.09.2010
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BNB incontra l’Ing. Giulio Magagni, Presidente BCC Emilbanca

 

Confusi e sconcertati per una situazione economica e finanziaria che sembra capace di portare sull'orlo della bancarotta intere nazioni, in redazione ci ripromettiamo di parlarne con qualcuno che ne sa. Decidiamo quindi di intervistare l'ingegner Giulio Magagni, che è presidente di Iccrea Holding dal 2003, oltre ad essere presidente della BCC Emilbanca e della Federazione delle BCC dell’Emilia-Romagna. Nato a Minerbio nel 1956, ci riceve nel suo confortevole studio e subito gli domandiamo:

Come va questa crisi? Siamo veramente fuori dal tunnel o facciamo ancora fatica a vedere la luce?


 

 

Guardi, se ne dicono tante, ma la cosa che veramente conta è che occorre affrontare la situazione con ottimismo.

Dopo aver vissuto per anni al di sopra delle nostre possibilità, adesso non possiamo lamentarci di quello che sta succedendo. Se una famiglia spende più di quello che guadagna, potrà chiedere liquidità finanziaria agli amici, alle banche, a qualsiasi altra realtà, ma prima o poi sarà destinata alla bancarotta. E così è successo: abbiamo fatto circolare vorticosamente il denaro, con prestiti destinati a coprire altri prestiti, senza che dietro vi fossero merci o prestazioni reali, ma al contrario in molti casi l'economia reale era solo un pretesto per muovere la finanza e l'economia virtuale dei prestiti spazzatura.

Abbiamo sfruttato, più che abbiamo potuto, i paesi in via di sviluppo, per poi scoprire che questi non sono perfettamente corretti nei nostri riguardi e, in alcuni casi, hanno preso da noi il peggio.

In questa situazione che abbiamo creato, l'ottimismo ci serve ad una sola cosa: ricominciare a lavorare, produrre beni reali, magari di qualità migliore di quelli attuali, fornire servizi tangibili, perché solo l'economia reale aiuta le persone e rende credibili le performance finanziari.

 

Purtroppo, però, le notizie di questi ultimi giorni sembrano andare in direzione contraria. Se lei dovesse spiegare ai nostri lettori, l'origine e i meccanismi con cui si sviluppano gli attacchi speculativi in questi giorni (Grecia, Ungheria, Spagna, ecc.), da dove comincerebbe?

 

 

Il problema è sempre lo stesso: una gestione finanziaria virtuale, fatta spesso da operatori anonimi, che comperano soldi prestati, da soggetti che a loro volta li hanno avuti in prestito, è chiaro che creano meccanismi fuori da ogni possibilità di controllo. Le stesse società di rating hanno garantito, quando l'hanno fatto, soltanto un controllo formale delle azioni compiute dai vari soggetti finanziari, nulla hanno potuto dirci sul rapporto tra la finanza e l'economia, tra i soldi e le merci. A questa logica non si sono sottratti neanche gli Stati, soprattutto quelli che dovevano recuperare difficoltà strutturali della propria economia, non a caso le nazioni più in difficoltà sembrano essere quelle che hanno subito dittature e ritardi nello sviluppo economico. Ora, che il re è nudo, nel momento in cui occorre rinnovare la liquidità di questi Stati, a fronte di varie scadenze, il problema si pone in tutta la sua gravità.

I finanziatori istituzionali, che di economia reale non si occupano, ma che comperano solo titoli di credito e altri soldi, con l'unico scopo di moltiplicare il denaro che già hanno, si rifiutano di comperare i titoli di questi paesi, facendo crescere a dismisura gli interessi degli stessi titoli e gettando in profonda crisi queste nazioni peraltro già deboli. Questo è quello che sta succedendo ed è per questo che si stanno mobilitando Unione Europea e Fondo Monetario Internazionale. Questi organismi stanno mobilitando risorse finanziarie, o prestando direttamente denaro agli Stati in crisi o attraverso l'acquisto dei titoli di Stato emessi dagli stessi, per togliere questi paesi dalle grinfie della speculazione ed evitare loro di dover pagare interessi assurdi a strutture finanziarie speculative.

Tutto questo, tuttavia, dimostra la grande debolezza della nostra Unione Europea, che è un'unione solo monetaria e non economica. Se tutte le nazioni europee potessero godere di un'economia reale forte, sarebbe quest'ultima che potrebbe acquistare i titoli di Stato necessaria al funzionamento della macchina pubblica e non la speculazione internazionale.

 

Negli anni passati, nel momento in cui si andavano accorpando tutte le più grosse banche d'Europa, nascevano sul nostro territorio una serie di piccole e medie realtà bancarie tra cui Emilbanca, come si spiega questo fenomeno?

 

Emilbanca fa parte del sistema delle Banche di Credito Cooperativo, che è nato circa 130 anni fa, siamo una cooperativa, quindi una testa un voto, io sono il presidente pro tempore e l'assemblea dei soci mi può cambiare quando vuole.

Cosa è successo tra gli anni 90 e il 2000? Le banche più grosse si sono accorpate fra di loro e si sono allontanate dai territori, smettendo di occuparsi di economia reale per inseguire le sirene dell'economia finanziaria mondiale. Noi, abbiamo fatto alcuni accorpamenti, perché Bologna è comunque un territorio consistente, ma abbiamo continuato ad operare con i nostri clienti dell'economia reale, di coloro che in essa volevano lavorare. Questo ovviamente ci ha dato maggiore visibilità e ci ha consentito una crescita equilibrata e costante, che ha dato ai nostri soci e ai clienti notevoli soddisfazioni.

 

Quali sono i vantaggi che ha il cittadino comune ad aprire un conto corrente presso una piccola Banca piuttosto che in una grande?

 

Il nostro cliente non vede i vantaggi dalla percentuale dallo spread o dal centesimo in più o in meno del costo delle operazioni bancarie, che peraltro sono allineati alle altre banche.

Li vede dal fatto che ai nostri sportelli trova dei funzionari e dei direttori che lo guardano in faccia e dopo aver fatto tutta l'istruttoria, vedono le sue necessità e prendono le decisioni anche in base a questo rapporto.

Il cliente spiccio è la nostra principale forza, se lo facciamo fallire, è una parte di noi che fallisce e prima di prendere una decisione drastica ci pensiamo su un bel po'.

Lei pensi, per dirne una, che noi statutariamente i soldi che prendiamo in custodia in un territorio non possiamo investirli in un altro, quindi le risorse restano dove viene prodotta la ricchezza di. Ecco perché siamo banche del territorio, non è un modo di dire.

Intervista di Maurizio Cocchi

 
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