| Insonnia a fumetti! |
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Carissimi lettori, quella che segue è la prima vera intervista che ho fatto per il mensile BNB. Sono stata inviata dalla Redazione a parlare con un famoso fumettista bolognese che tutti gli appassionati sicuramente conosceranno: Filippo Scozzari. L’ho incontrato poco prima della presentazione del suo ultimo lavoro: “Filippo Scozzari e l’insonnia occidentale”, tenutasi presso la Libreria Irnerio a Bologna il 28 maggio scorso. Ebbene vi devo confessare che mai tale titolo mi ha vista più coinvolta, poiché nelle notti che hanno preceduto questa mia “Mission Impossible” è stata proprio l’insonnia a farmi compagnia.
Chi è Filippo Scozzari per la nostra platea di lettori che va dall’imprenditore, al manager, dall’operaio al pensionato? Amo definirmi “un pigro”, ho studiato medicina come voleva mio padre, anche lui medico, ma non ne ho fatto il mestiere perché ben presto ho capito che disegnare era l’unica cosa che mi interessava veramente. Disegnare mi consente di “raccontare “ il mondo come lo avrei voluto e che voglio esprimere agli altri. Il mio modo di comunicare, pur non avendo fatto studi artistici di alcun genere, diventa ben presto tutta la mia vita. Ho avuto la fortuna di formarmi con alcuni tra i più grandi scrittori e disegnatori di fumetti quali Pazienza, Tamburini, Liberatore. Alla grande platea mi presento come un anti conformista. Così, come in tutta la mia vita, ho dimostrato anche in questa “professione” di non amare tutto ciò che è predeterminato e fissato, soprattutto se da altri e questo lo si può vedere anche della scelta di non creare un personaggio fisso, com’era in uso per molti miei “colleghi” che facevano del fumetto una specie di fiction a puntate. L’esempio più eclatante è Tex, che definisco “fumetto a metro”, parafrasando il modo di mangiare dei nostri tempi come si fa con la pizza al metro. Per me è infatti importante che il fumetto sia prima di tutto pensato, quindi scritto e infine disegnato.
Perché ha scelto questa forma artistica di comunicazione? Il fumetto è il cinema dei poveri nel senso che una sola persona può fare tutto da solo: scrivere la storia, stabilire i costumi che il personaggio indosserà, in quali ambienti questo si muoverà, quindi muovendone anche i passi sul foglio un po’ come un regista. Tutto questo rende il disegnatore molto autonomo e indipendente, ma per poter poi pubblicare una storia occorre comunque una casa editrice. Nel mio caso iniziai a pubblicare con la Rizzoli, dalla quale andai via dopo pochi anni per giungere a Roma dove, con altri 3, creammo un gruppo di fumettisti per dare vita a personaggi emblematici quali Suor Dentona.
Come vede ora questa città lei che l’ha vissuta nel periodo “caldo” della metà degli anni ’70? Gli anni settanta sono stati precursori di un periodo ricco di idee e talenti, ma ben presto le giovani menti artistiche di quel periodo vennero stroncate dalla droga. Ora la stessa città di Bologna, in cui ebbero inizio i miei primi passi di disegnatore di fumetti, è spenta e priva di stimoli e movimento artistico.
Parlando di fumetti chi sono stati i grandi del passato, del nostro presente e come vede il futuro degli emergenti? Adesso non ci sono scuole o centri di formazione da cui si possano tirare fuori dei veri fumettisti. A volte da autodidatti alcuni provano ad emergere. Spesso però ad un talento di buon disegnatore non corrisponde un altrettanto importantissimo elemento che è quello del contenuto. Non basta saper disegnare bene, ai nostri giorni reso ancor più facile dalle tecnologie che ci vengono sicuramente in aiuto per quanto riguarda la parte manuale, ma un personaggio deve avere un perché per esistere. Il fumetto, il personaggio stesso ha una sua responsabilità in quello che esprime e rappresenta e non può essere scisso comunque dal contenuto che racconta ai lettori.
Come si sposa la tecnologia con il disegno artigianale vignetta per vignetta? La tecnologia e la ripetitività di un fumetto non sono sufficienti se non vi è alla base un’idea, un’idea che regga tutta la storia che esprima qualcosa di davvero efficace in quanto la parola ha una potenza superiore rispetto alla matita. Ho sempre sostenuto l’impotenza del fumetto contro la scrittura e da qui la scelta consapevole di scrivere dei libri,”Prima pagare, poi ricordare” e prima ancora “Memorie dell’arte bimba” sono un esempio di quanto la narrazione sia più incisiva del disegno.
Giusy Carella |



BNB intervista il fumettista bolognese Filippo Scozzari


